La Fp Cgil: Trasferimenti di pazienti nelle strutture private accreditate

 

CATANZARO – Qui di seguito riportiamo una riflessione sulla pandemia a cura di Alessandra Baldari, Franca Sciolino, Bruno Talarico della segreteria Fp Cgil Calabria. Tra le proposte, trasferimenti di pazienti contagiati nelle strutture private accreditate.

“Un contagiato su dieci ha il camice bianco. In attesa che l’epidemia subisca una flessione, anche se gli esperti non si azzardano a fare previsioni sulla sua diffusione, i contagi aumentano così come i malati negli ospedali, tra medici e infermieri.  Nascono, ogni giorno, focolai nei luoghi dove vivono persone fragili ed escluse, come le case di riposo, le residenze per disabili, le carceri affollate. Episodi che mettono a nudo la mancanza di organizzazione e i ritardi che esistevano già prima e che nessuno ha affrontato al momento giusto. Al Sud si teme l’ondata epidemica dovuta ai rientri delle persone sole che lavoravano o studiavano al Nord. In attesa che l’Europa decida di giocare le sue carte, se non vuole morire per sempre, si cominciano a vedere scene di violenza e di rivolta sociale, su cui incombe l’ombra delle mafie, a cui il Governo tenta di dare una prima timida risposta sulla quale, se i tempi dovessero allungarsi, sarà necessario intervenire ancora per non dimenticare i più deboli e fugare il pericolo che diventino preda del crimine organizzato. 

Il recente protocollo firmato dalle OO.SS. e il Ministro alla Salute consente di costituire un Comitato a livello regionale e Comitati a livello aziendale, sul modello di quanto si costituirà al livello centrale, realizzando così quanto auspicato dalle Organizzazioni calabresi con la richiesta di incontro con la Struttura Commissariale e la Presidente Santelli per un confronto sull’emergenza Covid-19, al fine di rilevare le criticità registrate e presentare proposte operative.  Un confronto urgente e fattivo atteso che lo stretto contatto con i lavoratori e i loro bisogni consente di affrontare con oggettività problemi e soluzioni.

Abbiamo sempre detto quanto sia necessario riorganizzare il nostro sistema sanitario, che i tagli e il piano di rientro hanno lasciato privo di servizi nel territorio. Le case della salute, con le cure primarie, la continuità assistenziale e la specialistica; i percorsi e i mezzi per il trasporto assistito delle urgenze, da portare a un Pronto Soccorso; gli ospedali organizzati per il livello di intensità delle cure, invece che per divisioni mono specialistiche; un servizio di assistenza domiciliare che funziona per tutti ed è dotato di personale formato; centrali telefoniche e piattaforme elettroniche, per raccogliere a distanza i bisogni dei cittadini, evitare lunghe e ripetute file agli sportelli, ma anche per facilitare le ricette abituali dei medici di famiglia o le consulenze specialistiche di base. Tutti sistemi che avrebbero dovuto essere pronti, quando si è deciso di chiudere ospedali periferici e punti nascita, che sarebbero serviti, ieri, per dare risposte rapide e potere scegliere di ricoverare solo gli acuti e che, oggi, avrebbero costituito quella rete essenziale sulla quale organizzare il fronte dell’emergenza Covid-19, la cui mancanza viene riconosciuta dai più alti esponenti scientifici quale criticità che ha scatenato la furia del virus in Lombardia e, per contro, lì dove esistente, invece ne ha contenuto il dilagare. Ecco perché chiediamo che sia ripensata adesso la rete territoriale, ridando immediato fiato alle strutture, potenziandole ed andando incontro ai contagiati, fin dall’inizio, con un’assistenza mirata e costante, cercando di evitare o contenere l’ospedalizzazione, sia perché più rischiosa, sia per il numero limitato di posti letto, nonostante gli sforzi per l’ampliamento, non ancora completato.

Ora è il momento di scelte rapide, efficaci che in qualche modo compensino le falle profonde del sistema, ma che, allo stesso tempo, possano profilare il segno di una riforma necessaria. Tra le nostre proposte, per esempio, quella di trasferire i pazienti in ricovero ordinario, dai grandi ospedali verso gli ospedali periferici ancora aperti e che andrebbero rafforzati, o presso l’INRCA di Cosenza, ma anche verso le case di cura private accreditate. In tal modo si possono liberare spazi da adibire a terapie intensive lì dove ci sono già professionalità con esperienza, consentendo la continuità di assistenza e ricovero ai pazienti che soffrono di altre patologie, che di certo non aspettano la fine dell’epidemia. Sappiamo che potrebbero essere chiusi interi reparti e persino per un’appendicite o peggio per i tumori, un’ischemia o altre urgenze, potrebbe esserci il rischio di non trovare posto. E nemmeno fuori regione siamo più accettati, vista l’emergenza.

La carenza di personale sanitario di cui soffre la Calabria, per il blocco del turn over e il piano di rientro, nella situazione di emergenza costringe gli ospedalieri a turni ancora più massacranti e sotto una continua tensione. È necessario che il governo centrale congeli il piano di rientro per consentire nuove assunzioni, oltre alle stabilizzazioni e allo scorrimento delle graduatorie. Non bisogna pensare solo alle chiamate a tempo determinato per la durata dell’emergenza. Se la sanità privata chiederà la cassa integrazione a seguito della diminuzione dei ricoveri, come già avviene in alcune strutture, si potrebbe utilizzare il personale ad essa afferente, che ha esperienza, nelle altre strutture in cui le presenze lavorative sono ridotte per quarantena, come già prevede per i centri diurni il decreto “cura Italia”.

Abbiamo denunciato che i Dispositivi di Protezione Individuale sono insufficienti sia in ospedale che sul territorio, mettendo a rischio la sicurezza e quindi l’attività dei lavoratori della sanità, quelli del Pronto Soccorso o delle ambulanze 118, i medici di medicina generale, comprese le guardie mediche, che sono in continuo contatto con pazienti potenzialmente infetti e contagiosi. Se non adeguatamente protetti, tutti finiranno per contagiarsi, mettendo a rischio la salute propria e dei loro familiari e diventando involontariamente volano dell’infezione per gli assistiti. Gli operatori del Servizio Sanitario stanno drammaticamente subendo le conseguenze della carenza dei DPI ma anche di tutti quei ritardi, scelte sbagliate ed errori, accumulati per responsabilità precise di chi gestisce il sistema, che abbiamo sempre messo in luce e che oggi non tutelano la sicurezza di questi protagonisti dell’emergenza.

Il nostro Servizio Sanitario deve tornare a essere un bene comune e indispensabile. Lo possiamo vedere in questi giorni, mentre negli USA muore un ragazzo di 17 anni che veniva trasportato in una delle poche strutture pubbliche, dopo che un ospedale privato gli aveva rifiutato il ricovero perché privo della costosa assicurazione necessaria.

Ad oggi, anche in Calabria, è scattato l’allarme dei contagi nelle RSA, anche se ancora non si ha un quadro esaustivo di queste, delle case di cura e delle residenze psichiatriche, dato che non ci sono informazioni diffuse, tranne che nei casi conclamati (Bocchigliero, Chiaravalle, Melito di Porto Salvo), la FP CGIL ritiene che vadano effettuati controlli a tappeto da parte dei Dipartimenti di prevenzione, al fine di verificare le condizioni di salute degli ospiti e dei lavoratori a cui, anche qui, mancano i DPI. E’ necessario avere certezze che i timori della riduzione o sospensione dei ricoveri e conseguentemente del fatturato non inducano a celare situazioni di rischio, generate dal mancato controllo sulle visite esterne o dalla mancata riduzione del personale amministrativo in servizio con l’adozione dello smart working. Gli ospiti vanno protetti da chi viene dall’esterno. Questo vale anche per le strutture pubbliche. Si potrebbe avviare con urgenza un monitoraggio clinico-epidemiologico, da parte del Dipartimento di Prevenzione, per registrare l’andamento dell’epidemia tra i ricoverati e il personale. Nelle situazioni in cui ci sono casi con diagnosi certa, bisogna effettuare uno screening con i tamponi a tutti gli ospiti e gli operatori, ma anche a tutti quelli che hanno avuto contatti con i casi, così come ormai acclarato dal metodo riconosciuto anche dall’OMS.

La misura di eseguire tamponi e altri test a tutto il personale esposto che opera nei servizi sanitari, oggetto di intesa tra Governo e parti sociali e recepita con l’Ordinanza della Presidente Santelli può fare la differenza ai fini del contenimento del contagio da Covid-19 se realizzata subito nella nostra regione ed estesa a tutti i cittadini esposti, dato che possiamo considerare i numeri ancora contenuti. Perché sia praticabile occorre la reale disponibilità dei tamponi e del materiale diagnostico; ma non solo: occorre che ci siano altri laboratori di riferimento, in grado di eseguire test di virologia con tecniche di biologia molecolare, reclutandoli nelle università, nei centri di ricerca, ma anche tra i privati.

Non possiamo fare errori che, come altrove, potrebbero rappresentare la falla che apre al contagio; abbiamo segnalato all’Azienda Ospedaliera di Cosenza che i pazienti inviati dal Pronto Soccorso con quadri sospetti di Covid-19, bisognosi di osservazione in reparti appositi in attesa di approfondimento, non dovrebbero essere ricoverati in reparti di Medicina non attrezzati per l’isolamento, come è accaduto e continua ad accadere. Il reparto di Malattie infettive non è in grado di ospitare, oltre a tutti i pazienti affetti da Covid-19, anche quelli sospetti; manca un reparto “dedicato”, come previsto dallo stesso Protocollo operativo adottato dall’Unità di Crisi. È anche per questi motivi che la stampa continua a denunciare ritardi nel ricovero di nuovi pazienti. Al riguardo abbiamo presentato un esposto alla Procura di Cosenza.

Altri due esposti sono stati presentati alla Procura di Castrovillari per denunciare la carenza di DPI per i lavoratori della Sanità Pubblica. Sono fatti molto gravi, verificatisi il 13 e il 18 marzo nei servizi 118 di Praia a Mare e di Rossano, che dovevano trasferire all’Ospedale di Cosenza pazienti con probabili sintomi di contagio da COVID-19, senza che il personale fosse munito delle tute e di altro materiale protettivo verso il contagio.

La CGIL Funzione Pubblica continuerà a fare proposte responsabili e non solo a denunciare le situazioni in cui non siano rispettate le misure che servono a bloccare la diffusione del contagio, non per spirito polemico ma  perché vogliamo tutelare l’incolumità degli operatori e di tutti i cittadini. Tutti devono fare la loro parte per uscire al più presto dall’epidemia e andare incontro più forti di prima alla prossima crisi economica”.

 

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