Catanzaro, i furbetti della sanità rischiano il licenziamento

 

CATANZARO - C'era chi se ne andava a fare la spesa, chi usciva per sbrigare le proprie faccende e chi, addirittura, andava a giocare ai videopoker in un vicino negozio. Ormai era diventata una prassi per un gran numero di dipendenti amministrativi dell’Azienda sanitaria provinciale di Catanzaro e dell’Azienda ospedaliera «Pugliese-Ciaccio» del capoluogo calabrese, truffare la propria amministrazione assentandosi arbitrariamente dal lavoro. Un comportamento reso possibile anche da chi era preposto al controllo e della cui illegittimità erano perfettamente a conoscenza, tanto che uno di loro, per strisciare il badge anche dei colleghi, si nascondeva sotto un ombrello aperto all’interno dei locali dove è sistemata la macchinetta sospettando la presenza di videocamere nascoste.

Sospetto più che fondato visto che in effetti c'erano perché installate dai finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria che, diretti dal pm Domenico Assumma, con il coordinamento del procuratore aggiunto Giancarlo Novelli e del procuratore Nicola Gratteri, hanno scoperto gli ennesimi furbetti del cartellino e stamani hanno notificato provvedimenti del gip di interdizione dall’esercizio di un pubblico servizio, con durate variabili tra 3 mesi ed 1 anno, a un dirigente e sei

dipendenti dell’Asp e a otto lavoratori dell’ospedale. I finanzieri hanno anche notificato a loro e ad altri 42 dipendenti delle due Aziende l’avviso di conclusione indagini emesso dalla Procura.

L’inchiesta, denominata «Cartellino rosso», ha consentito di portare alla luce ben oltre 2.100 episodi di assenteismo, di ingiustificato allontanamento dal luogo di lavoro e di falsa attestazione della presenza, per un totale di circa 1.800 ore di servizio non effettuate. Nei confronti di 18 indagati - i 15 sospesi, altri due ex dipendenti dell’Azienda ospedaliera e un ex dirigente dell’Asp tutti ora in quiescenza - è stato anche disposto il sequestro delle somme di denaro corrispondenti agli stipendi illecitamente guadagnati durante i periodi di indebita assenza, per un importo totale di circa 20.000 euro.

In molti casi, gli indagati si allontanavano dall’ufficio senza alcuna valida ragione. In altri casi, invece, alcuni, anche di rango dirigenziale, consegnavano il badge a colleghi o dipendenti compiacenti, affinché lo utilizzassero al loro posto per far rilevare falsamente la presenza e creando una situazione di sistematico e reiterato assenteismo. Una situazione che ha portato il del gip, nel suo provvedimento, a stigmatizzare in modo particolare proprio le condotte di chi avrebbe dovuto adoperarsi per reprimere il fenomeno con la conseguenza di consentire che l’assenteismo diventasse «sistema collettivo, nel quale tutti si beano di un’imperante e generalizzata sensazione d’impunità proprio perché tutti complici, controllori e controllati». E duro è stato il commento del commento del commissario dell’Azienda ospedaliera Giuseppe Zuccatelli: «chi sbaglia paga».

Gli indagati - accusati di truffa ai danni di un ente pubblico e di fraudolenta attestazione della presenza in servizio - adesso rischiano anche il licenziamento disciplinare senza preavviso se riconosciuti colpevoli.

E ora la linea dura è stata varata da entrambe le aziende sanitarie che hanno sospeso le retribuzioni e avviato l'iter disciplinare.

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