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Piano operativo, la riflessione di Paolini (Acop)



CATANZARO – Qui di seguito pubblichiamo un intervento di Enzo Paolini, presidente regionale di Acop, sul Piano operativo Calabria. «La dichiarazione del Presidente che in ordine alla approvazione del Piano operativo Calabria 2021-2027 offrono lo spunto per plaudire alla fattività ed alla capacità politica di Roberto Occhiuto e per fare un commento sulla questione sanitaria sul piano nazionale ma con evidenti riflessi in Calabria. Ciclicamente – ad ogni formazione di governo, o alle porte di un annunciato ciclo di riforme – si ripropone il tema del ruolo del privato in sanità. E giù una serie di ricette più o meno credibili e fattibili, tutte corredate da un solido pregiudizio retoricamente espresso e spruzzate dalla giusta dose di demagogia.

Se c’è una cosa che gli eventi di questi giorni fanno emergere in maniera chiara è la conferma dello spessore della visione politica che, nella seconda metà del Novecento, ha prodotto un sistema sanitario solidaristico ed universale e cioè assistenza e cure per tutti, senza alcuna distinzione sociale e senza oneri perché finanziate dalla fiscalità generale. Il servizio sanitario pubblico italiano nel quale chi ha di più garantisce - attraverso una tassazione proporzionalmente progressiva - lo stesso servizio a chi ha di meno o non ha niente.

Al netto di lacune ed insufficienze - di cui diremo dopo - l’emergenza non ha fatto differenze tra classi o tra chi ha possibilità economiche maggiori di altri. E ciò introduce alcuni temi: Il primo: la necessità e l’urgenza di difendere e potenziare il servizio pubblico. Il che vuol dire cancellare per sempre dal lessico e dall’azione di qualsiasi governo che il diritto alla salute non sarebbe assoluto ma sacrificabile sull’altare delle esigenze di contenimento della spesa dello Stato e/o dei bilanci regionali. Abbiamo visto il disastro che, in termini di forza e di efficienza hanno provocato i tagli alle risorse sanitarie disposti dai governi degli ultimi 25 anni. Un danno che viene contenuto solo dalla solidità strutturale del sistema e dalla straordinaria abnegazione degli operatori sanitari. In un recente convegno organizzato da ACOP abbiamo sentito dichiarare dai massimi organi giurisdizionali dello Stato (Corte Costituzionale, Cassazione) che il diritto alla salute è previsto nella Costituzione, all’art. 32, mentre in nessuna parte della Carta sta il richiamo ad un primato dei conti pubblici. Ed è bene che in un momento come questo sia stato detto - esplicitamente - perché il fatto che tutto, anche i principi costituzionali siano trattati come merci è una vergogna che non deve più sentirsi. Abbiamo capito, in questi mesi drammatici che, per far funzionare il sistema lo Stato deve mettere a disposizione i fondi necessari per far fronte ai fabbisogni e laddove sono riscontrati deficit di bilancio nel settore si devono individuare e tagliare gli sprechi, perseguendo e sanzionando i responsabili e non limitare le prestazioni con la politica mercantilistica dei budget che provoca aumento della lista d’attesa ed emigrazione sanitaria.

Dunque è dimostrato che il sistema dei tetti (o dei silos per usare una immagine più volte usata, a vanvera, dal Ministro della Salute del precedente governo) non funziona. Impedisce la competizione, inibisce la qualità, comprime la qualità e produce il fenomeno della lista d’attesa e della emigrazione sanitaria. I soldi pubblici vanno usati meglio, non distribuiti con criteri come quello della spesa storica tali da consolidare posizioni di rendita e scoraggiare investimenti. Ed arriviamo ai privati. Si è letto, anche su testate specializzate ed importanti di fantasiose e confuse proposte di assegnazione ai privati delle nicchie residuali “per differenza”, si è scritto rispetto a quello che assicura l’ospedale pubblico. Sembra di sentire già: i livelli essenziali di prestazioni li fanno gli ospedali pubblici, il resto chi vuole. Eppure in teoria il sistema è semplice. Il servizio sanitario è pubblico, tutto, ed è fatto da strutture di mano pubblica e da altre gestite da imprenditori privati che, per legge, devono avere gli stessi requisiti strutturali tecnologici ed organizzativi degli ospedali pubblici esse devono essere controllate, verificate, dagli uffici della Regione e pagate con tariffe fissate dallo Stato in base alle prestazioni rese secondo gli standard stabiliti dalle norme. Ci vuole più politica in sanità. Quella che serve per trasformare il nostro servizio sanitario da centro di consenso elettorale in centro di consenso politico. Ciò che deve essere in un paese finalmente moderno e veramente liberale.

Il salto di qualità, quello che consentirebbe davvero di avviare la stagione della riduzione degli sprechi, della programmazione, dell’efficienza, della qualità e del contenimento della spesa sta tutto lì, nel consenso politico.

E su tutto un gran rumore di luoghi comuni ripetuti e ripetuti e ripetuti sino a sembrare veri, primo fra i quali quello inserito in qualsiasi programma elettorale: fuori la politica dalla sanità. E allora perchè non fuori la politica dalla giustizia, o dai rapporti con gli stati esteri o dall’ordine pubblico o, meglio ancora, fuori la politica dal paese.

Fermiamoci un attimo a riflettere e vedremo come una affermazione del genere sia destinata solo a tacitare qualche coscienza nel migliore dei casi ed a perseguire consapevolmente l’effetto opposto nel peggiore.

Fuori la politica dalla sanità, vuol dire delegare le scelte sulla gestione del servizio sanitario del nostro paese a tecnici, a commissioni, a comitati nominati dai dirigenti politici, quegli stessi politici modesti e pavidi, ed incapaci di assumersi le responsabilità, gli oneri ed i meriti delle scelte che a loro competono. Sono loro i produttori di questo polveroso luogo comune enunciato come la leggendaria considerazione del principe di Salina: occorre che tutto cambi perchè tutto resti come prima. Dunque fuori i politici e dentro i tecnici, i burocrati, le rose di primari, di economisti, di giornalisti, di opinionisti, di professori universitari, i ventagli di esperti di ogni tipo, i magistrati ed i prefetti, i generali in pensione, i giuristi e gli avvocati, i presidi, candidati trombati, gli amministratori di condominio ed i segretari comunali, tutti nominati dai politici e tutti che prima di prendere qualsiasi decisione chiedono l’autorizzazione al politico che li ha nominati.

Basta. Occorre che torni la politica vera in sanità.

Quella che non compra il voto del suddito ma conquista il consenso del cittadino.

La politica che analizza, spiega, si fa riconoscere, chiede la delega, acquisisce il potere, sceglie e si fa giudicare. Per la nomina dei primari e per la gestione dei rapporti con le strutture private, per come costruisce i bilanci e per quali priorità mette in agenda, per come spende i soldi, per come valuta comparativamente qualità e costi delle prestazioni e per come svolge il suo ruolo di controllo e di verifica. Per questo deve farsi giudicare e per questo deve conquistare il consenso o subire il dissenso. Vedremo, ma la riforma madre sarebbe quella elettorale, che facesse tornare nelle istituzioni chi ha rapporto diffuso e consapevole con gli elettori e non esclusivo e subalterno con il capo, una classe dirigente che in un momento di estrema crisi sia in grado di ripetere la straordinaria storia del nostro paese che nel primo dopoguerra è stata fatta dalla grande forza modernizzatrice dell’area democratico cristiana, che ai nostri occhi appariva la retroguardia conservatrice, e che invece ha consentito e prodotto cambiamenti epocali, prevalendo sul conservatorismo del mondo comunista che invece appariva l’avanguardia. Se ci riflettiamo è andata così. Poi la naturale evoluzione verso un maturo liberalsocialismo è stata strozzata dalla degenerazione partitica e dall’ondata giustizialista.

Non è detto che debbano necessariamente avverarsi le previsioni di chi ritiene che il futuro riserverà agli italiani una qualità della vita in calo e una disoccupazione crescente, ma perchè questo non succeda è indispensabile che si sappia intervenire. Il punto è che essere liberali a parole è facile, più difficile è esserlo negli atti concreti di amministrazione e di governo. Quello della salute non è un mercato come gli altri. La “governance”, come si dice, deve restare saldamente nella mano pubblica che programma, finanzia e controlla un servizio – pubblico – erogato da enti a gestione pubblica o privata. Perchè al cittadino che paga il servizio mediante il prelievo fiscale non interessa di chi è l’ospedale ma vedere i suoi soldi bene impiegati ed essere curato bene. Il che può avvenire solo mediante la ricetta della competitività che fa aumentare la qualità e diminuire i costi. In questo modo si passerà dallo slogan delle tre A (autorizzazioni, accreditamenti, accordo) al centro delle quali c’è il Direttore Generale, a quello delle tre E, (eccellenza, efficacia ed efficienza) con al centro veramente e finalmente il cittadino.

Il segreto non è più privato o meno privato, il segreto è governare il sistema, perchè molti pensano che andare in direzione di una sanità dove è forte la mano pubblica diminuisca la libertà ed aumenti tasse e sprechi.

Per questo è importante che al primo punto delle agende di governo e governatori ci sia la lotta agli sprechi, perchè impedire lo spreco vuol dire recuperare risorse per sviluppare la competitività, remunerare prestazioni rese, consentire la libera scelta, favorire la ricerca, sollecitare investimenti, sostenere l’occupazione e gli incrementi salariali. L’ultimo tema è l’indicazione pratica che ci viene dai difficili giorni che stiamo vivendo: la salute dei cittadini di una nazione non può essere regionalizzata. Ai problemi portati dal virus si sono aggiunti i disagi derivanti dai comportamenti dagli atteggiamenti e dalle disposizioni diverse della politica locale. Dunque, piuttosto che – o almeno insieme ad una ragionevole ipotesi di autonomia differenziata (e questa tutto è tranne che ragionevole) occorre ripensare almeno in parte allo sgangherato titolo V della Costituzione così come modificato da un Parlamento largamente inadeguato sul piano tecnico e culturale e votato alla creazione di piccoli e grandi centri di potere locali. Dobbiamo ripartire in senso inverso rispetto alla sciagurata idea della autonomia differenziata che, per una sorta di eterogenesi dei fini, in presenza di un fenomeno come quello del potenziale contagio definito per “focolai”, mostra tutti i suoi limiti in termini di tutela non solo della salute ma dei diritti e della libertà dei cittadini. Si tocca con mano, oggi, si avverte chiaramente sulla pelle e non più solo nelle parole di un talk show, che i diritti fondamentali, quelli che definiscono l’identità di un popolo e danno il senso della comunità, non possono essere interpretati ed applicati in maniera diversa a Roma a Reggio Calabria o a Trieste. Sono il patrimonio politico della Repubblica e non hanno prezzo, in tutti i sensi».

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