Rafforzata la collaborazione tra medici internisti



CATANZARO - «Quando i migliori esponenti della medicina interna italiana arrivano in Calabria, per un appuntamento scientifico definito da loro stessi immancabile, significa aver percorso la strada giusta, anche se tortuosa». Sono le prime parole con le quali Gerardo Mancuso - direttore della Soc di Medicina Interna del presidio ospedaliero di Lamezia Terme dell'Asp di Catanzaro e vice presidente nazionale della Società italiana di medicina interna – ha commentato la conclusione della XIX edizione delle Giornate internistiche calabresi, da lui presiedute. «Sono molto soddisfatto – ha dichiarato Mancuso – perché abbiamo registrato una partecipazione molto ampia, non solo di internisti ma anche di vari specialisti. Il Covid ha limitato gli scambi di opinioni scientifiche, negli ultimi due anni abbiamo fatto incontri on line ma non è chiaramente la stessa cosa. C'era un gran bisogno di tornare con gli eventi in presenza». «Ci siamo posti degli obiettivi ben specifici ed importanti per questo Congresso – ha sottolineato Mancuso – Rafforzare la collaborazione tra specialisti e medici di medicina generale, attuare una condivisione di programmi e strategie per aumentare le diagnosi precoci e intensificare le cure per i pazienti complessi con malattie cronico-degenerative che si sono trascurati nel periodo pandemico con il risultato di un avanzamento più rapido delle malattie, fornire aggiornamenti sulle novità terapeutiche emerse nell’ultimo anno: sono solo alcuni degli obiettivi». «La scuola di medicina interna calabrese – ha aggiunto – rappresenta un'eccellenza. Manca, però, l'organizzazione del sistema e il coinvolgimento delle competenze. E' un limite tutto calabrese. Molti di noi non vengono coinvolti qui ma fuori. E' molto triste perché questo non fa progredire la nostra regione». Responsabili scientifici del Congresso sono stati Francesco Perticone, professore emerito di medicina interna dell'Umg, nonché past-president della SIMI, e Francesco Violi, direttore dell'Istituto I Clinica Medica dell'Università “La Sapienza” di Roma e presidente MED 09. «I temi scelti – affermano Perticone e Violi – sono stati di grande interesse e hanno creato un vivace confronto, come la broncopatia cronica, malattia molto diffusa e sottostimata, il Covid, la prevenzione dell'arteriosclerosi. Ma anche patologie croniche degenerative, come diabete, ipertensione arteriosa, che molto spesso sono legate tra loro e contribuiscono al rischio globale del paziente. Dobbiamo trattare l'individuo nel suo complesso e in modo precoce e i medici internisti sono una risorsa preziosa perché hanno questa capacità». «Abbiamo trattato – ha evidenziato Maurizio Averna, professore ordinario di Medicina interna all'Università di Palermo – gli effetti determinati dalla pandemia sui grandi quadri patologici. Riguardo, ad esempio, gli interventi di rivascolizzazione, si è registrata una riduzione del 50% degli accessi alle unità coronariche perché la gente aveva timore ad andare in ospedale. Tutto ciò è da associare a coloro che, per la stessa motivazione, hanno rinunciato ai controlli periodici. Questa trascuratezza la pagheremo nel medio-lungo termine con l'insorgenza di nuovi casi. «Il Covid ha peggiorato gli stili di vita – ha ribadito Carlo Sabà, professore ordinario di Medicina Interna e Geriatria all'università di Bari – aumentando l'isolamento, il disagio sociale e l'inattività fisica e tutto questo si tradurrà nel tempo in ulteriori danni e, probabilmente, maggiore mortalità da patologie croniche che per colpa del Coronavirus non sono state curate. Occorre considerare il Covid come una delle patologie del genere umano, come la tbc e l'epatite c, e non essere impauriti». Cosa abbiamo imparato dalla pandemia? Lo ha spiegato perfettamente Walter Ageno, professore di Medicina interna all'Università di Varese, direttore Medicina d'Urgenza e Pronto Soccorso dell'ospedale di Varese, che ha relazionato sull'utilizzo dei farmaci anticoagulanti orali relativamente al paziente internistico col Covid: «E' fondamentale la stratificazione del rischio e puntare su un'adeguata prevenzione. E, poi, occorre seguire il paziente dopo le dimissioni per offrire un'assistenza completa».













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